è il profitto che genera “motivazione” non il contrario

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In 15 anni di professione come consulente aziendale ho notato molte volte un certo scetticismo verso il concetto di “motivazione”.
Spesso mi è stato chiesto se non fosse una forma sottile di “presa per i fondelli” e altrettanto spesso ho cercato di argomentare a difesa del concetto stesso.
Ma ora ho cambiato idea.

La visione che ho sviluppato, diversa dallo standard disponibile, in merito all’organizzazione aziendale e al miglioramento personale, mi perme di vedere le cose da un angolazione diversa, e quindi mi chiedo: la motivazione è necessaria?

Che bisogno c’è di motivare qualcuno a fare ciò che desidera fare?
A prima vista si potrebbe dire che non c’è nessun motivo, anche se un analisi più profonda potrebbe individuare dei timori che necessitano di un aiuto esterno per essere vinti.
La motivazione in questo caso troverebbe terreno fertile dato che la persona vuole essere aiutata ad ottenere ciò che desidera.
Quindi basterebbe poco, veramente poco.
Non sarebbe necessario un corso di formazione psicologica o un percorso di varie giornate nelle quali vengano insegnate “tecniche motivazionali”.

In effetti quanto sopra è vero, e tranne per l’unico esempio citato, la necessità di motivare qualcuno, a maggior ragione un gruppo intero, è semplicemente la dimostrazione che esiste un problema sul versante opposto, ovvero la demotivazione.

Quindi la vera domanda è: perché chi lavora qui non desidera lavorare qui o lavorare in questo modo?

In altre parole, cosa c’è nella struttura, gestione o organizzazione dell’attività che demotiva?

È ovvio che se è necessario motivare significa che è presente la demotivazione. Ed è altrettanto ovvio che in questo caso l’attività lavorativa potrebbe essere diventata semplicemente un obbligo per ottenere denaro e poco più.

Su questo punto si concentrano molte attività di motivazione, le quali indicano nei “demotivatori” il problema principale.
Quindi cercano di trasformare il Titolare e i suoi dirigenti in “motivatori cronici”, ma onestamente non funziona molto perché si tratta di una tecnica che loro in primo luogo sentono come forzata e che in modo più o meno veloce abbandonano tornando al loro consueto modo di fare.
Non che il loro modo di fare abituale  non sia spesso indigesto, ma a mio avviso non è li il problema.
Non è insegnando al titolate dei trucchetti che si può risolvere la faccenda.
Il problema è completamente da un’altra parte e va risolto in altro modo.

Quando il lavoro, qualunque lavoro, diventa un DOVERE, il piacere scompare.
Vale per qualunque cosa, lavoro incluso ovviamente. E come mai un lavoro diventa un DOVERE (a questo punto necessario solo per avere denaro)?

Potremmo dire che un lavoro diventa un dovere quando non è un mezzo valido per ottenere una vita migliore (e per pietà non pensate nemmeno per un attimo che lo stipendio possa rimediare perché in questo caso non vi è chiaro che le 40 ore settimanali o le 160 mensili servono solo per prendere lo stipendio per poi cercare tramite esso di ottenere una vita migliore, ma FUORI dall’ambito lavorativo).

E dato che un azienda è un gruppo, la vita migliore non deve essere di alcuni, bensì di tutti, altrimenti è inutile.
In questo modo non si otterrà mai una comunità omogenea, ma ancora una volta una gerarchia con qualcuno motivato e altri no e nuovamente ci sarà bisogno di motivazione per far fare qualcosa che non si ha il desiderio di fare.

Quindi, tornando a noi, cosa motiva le persone?
O in altre parole, cosa le farebbe andare al lavoro volentieri?
O in altre parole ancora, cosa trasformerebbe l’ambiente di lavoro in un luogo che migliora la vita?

Posta così la domanda è più facile da cogliere e le risposte sono abbastanza facili da scoprire.

  • buona comunicazione
  • buona organizzazione
  • velocità di esecuzione
  • allegria e gioco
  • cultura

soluzioni per la vita comunitaria all’esterno dell’azienda, con una visione dell’azienda come elemento importante all’interno della comunità invece che attività a se stante scollegata dal resto.

Se un imprenditore lavorasse su questi punti, senza stravolgere l’azienda, ma semplicemente concentrando le sue energie e attività sui due profitti fondamentali che sono “profitto economico e profitto politico” ottenendo obbligatoriamente anche un “profitto finanziario”, trasformerebbe l’ambiente, senza dover metter mano falsamente (per quanto con un intento positivo) al proprio modo di fare (che è poi il proprio carattere, ovvero la cosa probabilmente più difficile da modificare).

In questo modo permetterebbe ai suoi collaboratori di ottenere un “profitto” in termini di vita migliore e non solo.
Lui otterrebbe di più e meglio, loro anche.
Più profitto per tutti.

2017-06-22T11:48:40+00:00

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